Un quadro fino alla fine

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La mia vita da Caregiver inizia da subito.

Non esisteva ancora questo termine, ma nella mia famiglia c’era già la necessità di individuare qualcuno che curasse, che prestasse attenzione, che si dedicasse.

Io ero quella persona.

Sono figlia di disabili e, nonostante fossero persone attive, hanno sempre delegato a me, che ai loro occhi ero perfetta:

io sentivo, io parlavo, io ero intelligente.

Per me era la normalità.

Accompagnavo mio padre alla fermata del pullman tutte le mattine alle sei, quando andava al lavoro, e lo andavo a riprendere la sera.

Incurante del buio, della pioggia e del freddo.

A dieci anni prendevo il pullman per andare in ospedale a portare il cambio a mia madre.

Parlavo con i muratori, con il geometra, con gli impiegati dell’INPS, dell’ASL.

Una volta persino in Comune, a trattare una mediazione.

E ora mi chiedo: una minorenne poteva?

Ma, ripeto, per me era la normalità.

A tutto questo si sommava l’assistenza a mia nonna, che non camminava.

Ricordo ancora quando dovevo medicare i decubiti, cambiare il pannolone, lavarla.

E poi c’era mio nonno, diabetico.

Gli somministravo l’insulina.

Gli amputarono una gamba per la cancrena.

Basta. Non vado oltre.

Mi fermo qui, a consegnarvi il fardello di una minorenne.

Ma la vita mi ha anche ripagata.

Con un marito innamorato e paziente.

Con due figli meravigliosi.

Ma la mia vita da caregiver prosegue.

Perché i papà e le mamme invecchiano, si ammalano, entrano in depressione.

E allora scelgo di ricordare anche le cose belle.

Con mio padre allettato ho dipinto ogni giorno un quadro fino alla fine.

Guidavo la sua mano sulla tela, utilizzando le dita come pennelli.

Oggi ho la casa piena di quadri.

Con mia mamma coloriamo i mandala e facciamo ginnastica.

Ora sento che la mia anima chiede riposo.

E sento il bisogno di chiedere giustizia e dignità per chi, come me e più di me ogni giorno, ogni ora, è a disposizione.

Ma non mi compiango.

Sono orgogliosa della mia vita.

Ornella Venturini

Piemonte 

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