Quello che nessuno racconta

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Non mi piace quando mi dicono che sono coraggiosa. Il coraggio è un gesto che scegli. Io non ho scelto nulla: mi sono semplicemente svegliata ogni giorno e ho fatto quello che c’era da fare. Essere caregiver di mia figlia non è una missione, non è un altare su cui salire, non è una lezione di vita per gli altri. È una vita normale che ha imparato a muoversi su traiettorie diverse. La mia agenda non è fatta di aperitivi e weekend improvvisati, ma di terapie, controlli, attese in corridoi che sanno di disinfettante e speranza compressa. La verità è che la parte più difficile non è la disabilità. È lo sguardo degli altri. È il silenzio imbarazzato, i consigli non richiesti, la pietà travestita da gentilezza. È dover spiegare sempre tutto, come se mia figlia fosse un progetto da giustificare. Io non voglio che venga chiamata “speciale”. Speciale è una parola che separa. Mia figlia è concreta. Ride quando sente una canzone stonata. Si arrabbia se spengo la televisione nel momento sbagliato. Mi cerca con la mano anche quando fa finta di non aver bisogno di me. Non è un simbolo. È una persona. Ci sono giorni in cui sono stanca in un modo che il sonno non cura. Una stanchezza che nasce dal dover essere forte anche quando nessuno te lo chiede apertamente, ma tutti lo danno per scontato. E poi ci sono giorni in cui mi sorprendo a scoprire una forma nuova di felicità: una parola pronunciata meglio del solito, uno sguardo che si ferma più a lungo, un passo che ieri non c’era. Ho imparato che l’autonomia non è un traguardo universale. È una misura che si inventa ogni giorno. Per qualcuno significa prendere la patente. Per noi significa infilare una maglietta senza aiuto. E va bene così. Non sogno un mondo perfetto. Sogno un mondo preparato. Marciapiedi senza ostacoli, scuole che non si spaventano, adulti che non abbassano lo sguardo. Sogno meno eroismo e più competenza. Se c’è una cosa che questa vita mi ha insegnato è che l’amore non è solo sentimento. È organizzazione. È pazienza che si rinnova. È rabbia che non diventa veleno. È capacità di restare. Io non sono una persona speciale. Sono una madre che ha imparato a leggere il mondo da un’angolazione diversa. E da lì, vi assicuro, si vedono cose che molti non notano: la fragilità di tutti, la forza silenziosa di chi non fa rumore, la bellezza di ogni piccolo progresso. E soprattutto, si impara che la dignità non ha bisogno di aggettivi.

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Ama Ndlovu explores the connections of culture, ecology, and imagination.

Her work combines ancestral knowledge with visions of the planetary future, examining how Black perspectives can transform how we see our world and what lies ahead.